8 marzo 2015 Parita di genere: punto della situazione

Equality for women is progress for all
motto delle Nazioni Unite per la festa della donna

Sebbene il discorso sulla disuguaglianza tra i sessi si possa affrontare ed esaminare in diversi aspetti, prendiamo in esame qui per ora quello del lavoro.

La settimana scorsa, una delle donne più potenti del mondo, Christine Lagarde, alla guida del Fondo monetario internazionale, ha denunciato una “cospirazione contro le donne”. “In troppi Paesi – scrive la Lagarde nel suo blog – le restrizioni legali cospirano contro le donne per impedirci di essere economicamente attive. In un mondo che ha tanto bisogno di crescita, le donne possono dare un contributo, se solo hanno di fronte a sé delle pari opportunità, invece di una insidiosa congiura”.

Le affermazioni dell’ex Ministra dell’Economia francese sono motivate da una ricerca condotta dallo stesso Fmi. “In più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne”. Sulla stessa linea d’onda di queste conclusioni, anche il lavoro del premio nobel per l’economia Amartya Sen: uno dei più tenaci nel denunciare il fatto che il sessismo “ci impoverisce tutti”.

Proprio in questi giorni il Consiglio d’Europa ha promosso una fitta campagna sui social network sulla parità di genere. Non si parla di Africa o di paesi del Medio Oriente, bensì di Europa. Negli ultimi decenni sono stati fatti enormi progressi, soprattutto in ambito legislativo, grazie a norme che proibiscono la discriminazione in base al sesso. Tuttavia, l’Europa del 2015 non può pensare di aver fatto tutto ciò che è in suo potere.

Secondo Nils Muiznieks, Commissario per i diritti umani, la situazione è peggiorata anche a causa della crisi e delle politiche di austerity adottate in alcuni governi europei. Tali politiche avrebbero aumentato la disparità di genere e la discriminazione attraverso tagli ai salari, ai posti di lavoro, al sistema di welfare (su cui le donne fanno più affidamento rispetto agli uomini) e ai servizi di supporto a donne che hanno subito violenza.

Muiznieks parla di “femminilizzazione della povertà” e di un conseguente rischio dell’aumento dello sfruttamento delle donne in determinati paesi.

La Commissione Europea, nel suo ultimo report sull’uguaglianza tra uomini e donne, ha stimato che: sebbene le donne con una formazione superiore eccedano gli uomini, la distanza rimane significativa anche ai livelli più alti di occupazione (sono occupate il 73,4% delle donne con un titolo di studio superiore contro il 77.7% degli uomini). Secondo diversi studi, quando un’azienda assume e ha davanti due curriculum – uno di una donna e uno di un uomo – sceglierà quasi sempre quello di un uomo. Probabilmente per non avere problemi con maternità e simili. Proprio per questo, in Italia le donne disoccupate risultano sempre più degli uomini.Dopo tre figli solo il 35% delle donne lavora.

In media, per ogni euro guadagnato da un uomo nell’UE, una donna guadagna 84 centesimi; è del 16,4% il divario medio delle retribuzioni tra uomini e donne, a parità di impiego. In una classifica fornita da Openpolis che esamina il fenomeno nei 28 Stati membri, l’Italia è al quarto posto (almeno in qualcosa siamo i meno peggio). Con grande sorpresa tra le peggiori c’è la Germania con il 21,6%, all’ultimo posto l’Estonia con addirittura il 30%.

In casa nostra la Ministra dell’Istruzione Stefania Giannini, intervenendo al Quirinale alla celebrazione della Giornata internazionale della donna, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato:

“SCOMMETTERE SU SCIENZIATE E STUDIOSE”.

“Questo è il messaggio che dobbiamo inviare soprattutto in questa giornata attraverso l’istruzione – ha aggiunto Giannini – scommettere sulle giovani scienziate e studiose: quelle delle discipline economiche e giuridiche, della biologia e della semiotica, della storia e della matematica, della medicina e della demografia. Tutte daranno forza al sistema civile, politico, economico del nostro Paese”.

“VIOLAZIONI SPESSO COPERTE DA IPOCRISIA”.

“Rimangono grandi e gravi – ha proseguito Giannini – le violazioni dei diritti del genere femminile. Sono violazioni spesso costituzionalizzate, o coperte dall’ipocrisia del doppio standard, da legislazioni che tollerano l’abuso di genere dentro e fuori le mura di casa”.

Le parole “violazione” e “abuso” ci riportano immediatamente ad un’altra parola: femminicidio.

Qualche settimana fa l’Accademia della Crusca sul suo sito, rispondendo a chi chiedeva se avesse senso sottolineare nel linguaggio il sesso di una vittima affermava che alla base di questi delitti “c’è la concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale. Insomma non si tratta dell’omicidio di una persona di sesso femminile, a cui possono essere riconosciute aggravanti individuali, ma di un delitto che trova i suoi profondi motivi in una cultura dura a rinnovarsi e in istituzioni che ancora la rispecchiano, almeno in parte”.

La cultura e le istituzioni: questi i due piani di azione sui quali bisognerebbe muoversi per cambiare radicalmente la realtà.

Partendo dal livello culturale si può parlare di rispetto per la donna passando dall’uso sessista della lingua italiana e dell’immagine.

Ogni volta che si deve offendere una donna è immancabile il riferimento ai presunti comportamenti sessuali della stessa. Qualunque sia il ceto sociale di appartenenza, qualunque sia il grado di istruzione, qualunque sia la natura della discussione, l’uomo (anche giovane, purtroppo) di norma non ribatte sullo stesso terreno, ma sposta il piano su quello dell’offesa sessuale. È la Corte di Cassazione che lo afferma, in una sentenza dello scorso mese di gennaio. La menziono perché “porre le donne in condizione di marginalità e minorità” – come dice la sentenza – è uno degli effetti che ha ottenuto e ottiene parte della comunicazione.

Per quanto riguarda l’uso offensivo del corpo delle donne si denuncia lo stereotipo di donna esasperato nelle sue caratteristiche femminili persino modificato con sofisticate tecnologie di ritocco dell’immagine, per cui talvolta capita – con effetti paradossali – che le proporzioni del corpo siano totalmente innaturali. Un corpo che diventa un oggetto di visione, decorativo, allusivo e ammiccante, mercificato e degradato.

Inoltre spesso si usano donne seminude per vendere yogurt, televisori, caffè liquori così come capita sovente di vedere in onda uno spot in cui papà e bambini stanno seduti a tavola, mentre la mamma in piedi serve tutti.

“Sii bella e stai zitta”, come dice il titolo di un libro della filosofa Michela Marzano, deputata in questa legislatura. Un oggetto – non un soggetto – al pari dei prodotti di cui promuove la vendita.

Il problema della denigrazione dell’immagine e della rappresentazione offensiva della donna ha una dimensione maschile – di educazione al rispetto – che riguarda in primo luogo gli uomini. Questa rappresentazione regressiva della donna, infatti, è un ostacolo alla complessiva maturazione della società, specialmente nella sua componente maschile, a sua volta prigioniera di immagini e modelli del tutto irrealistici. Ed è anche nello scarto tra questi stereotipi e la carenza di strumenti culturali per elaborare una realtà quotidiana spesso difficile, che si annidano i germi del rancore e della violenza.

Per quanto riguarda le Istituzioni con la ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza domestica un primo importantissimo passo è già stato fatto. Manca un quadro giuridico coerente, partendo dalla conoscenza e dalla diffusione delle regole che già esistono.

Prima di tutto le regole europee. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta qualunque forma di discriminazione fondata in particolare sul sesso. In modo più diretto era intervenuta, già nel 1989, la c.d. direttiva “Televisione senza frontiere”, poi rafforzata da una direttiva successiva. E ancora più esplicita è la risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel 2008 e interamente dedicata all’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra uomini e donne. “La pubblicità e il marketing riflettono la cultura e contribuiscono altresì a crearla“, dice l’Europarlamento, e chiede perciò codici di condotta che proibiscano messaggi discriminatori o degradanti basati sugli stereotipi di genere. L’Europa ci chiede anche questo, non soltanto di essere in regola coi parametri finanziari.

In Italia mancano ad oggi leggi specifiche, nonostante la Costituzione offra, in più articoli, una valida opportunità all’intervento del legislatore a tutela dell’immagine e della dignità della donna.

Il tempo è maturo per pensare ad una legge basata sui princìpi espressi dalla nostra Costituzione e dal diritto europeo. Ad oggi sono state già presentate alla Camera due proposte di legge (sulla pubblicità ingannevole che altera l’apparenza fisica e sulla tutela della dignità della donna nella pubblicità e nella comunicazione). Analoghe iniziative sono state presentate al Senato.

Auspichiamolo, e che le iniziative non rimangano solo “proposte”.

Buon 8 marzo a tutte.

La Coordinatrice Nazionale Donne e Pari Opportunità
Teresa Longobardi

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